Curiosa come tutte le ragazzine della sua età e senza riflettere su quanto poteva succederle, Alice saltò su in piedi e via, dietro al Coniglio che aveva già attraversato il campo vicino ed era poi sparito dietro la siepe, in un grande buco. Fatto sta che, ad un tratto si trovò in una grande tana che correva via dritta per un bel pezzo, come una galleria (Lewis Carroll).
The Rabbit Hole, con Nicole Kidman e Aaron Eckhart, il cui titolo prende spunto dalla tana del coniglio, l’espediente con il quale inizia il racconto di Alice nel Paese delle Meraviglie, che, seguendo un bizzarro coniglio, entra nella sua tana e sprofonda in un buco senza fine, è un film che narra la storia di una giovane coppia alle prese con il lutto per il proprio figlio, morto a causa di un incidente stradale.

E’ un film fatto con molta cura e capace, a mio giudizio, di porre all’attenzione del grande pubblico le difficoltà dell’elaborazione del lutto nel caso della morte prematura di un figlio.
Cosa possiamo fare della nostra vita? Come possiamo immaginare di viverla senza nostro figlio?, dicono i due sfortunati protagonisti, resi esausti dal dolore e dal male che fanno a se stessi e all’altro, nel tentativo vano di elaborare il proprio lutto.
Potremmo uscire dalla tana, si dicono alla fine del film, e provare a immaginare come potrebbe essere la nostra vita così, con quello che abbiamo adesso, con quello che siamo oggi, senza nostro figlio.
Potremmo immaginare di dare una festa e di invitare i nostri parenti e anche i nostri inopportuni vicini.
E loro potrebbero all’inizio venire, portare i regali e far finta di niente.
E poi qualcuno potrebbe cominciare, timidamente, a farci qualche domanda su lui, e su noi.
E noi potremmo rispondere.
E poi, e poi, e poi…
E poi, la loro vita, così come la nostra, ricomincia ad essere immaginata e ricostruita.
Anche prima, quando la persona che abbiamo perduto era con noi, l’avevamo immaginata e costruita, la nostra vita.
Ma poi l’abbiamo dimenticato, e adesso che non c’è più pensiamo che sia sempre stata così. E questa innocente menzogna che ci raccontiamo ci tiene legati.
Con la fantasia e l’immaginazione, invece, quel vuoto, se vogliamo, possiamo cominciare a riempirlo, non tanto per non sentirlo, ma per renderlo fertile, come fanno i due protagonisti del film, ma anche Alice, che quel giorno, quello in cui ha deciso di seguire lo strano coniglio, si annoiava.
E poi?
E poi ha scoperto che, se si usa la propria immaginazione, il mondo è sempre pieno di piacevoli sorprese e di meraviglie.
Bisogna solo imparare a vederle, per ritornare ad essere liberi.
Se noi vediamo la tana solo come un rifugio, finiamo per ritrovarci in un nascondiglio segreto, dal quale nessuno può snidarci, forse neppure noi stessi.
Se invece immaginiamo la tana come un’apertura verso un nuovo mondo, verso un nuovo modo di vedere le cose, allora the hole, il buco d’ingresso, sarà anche quello d’uscita.
Faccio un esempio, per essere più chiara. Quando Alice entra nella tana del Coniglio scopre un nuovo mondo, scopre, in sostanza, che esiste un altro modo di vedere le cose.
Alice scopre che per vedere le cose in modo diverso è sufficiente riuscire a trovare la chiave d’accesso che, in questo racconto, è rappresentata simbolicamente dall’ingresso della tana.
Quando il Coniglio brinda al suo non compleanno, Alice scopre infatti che, quando si festeggia il proprio compleanno, si fa una festa all’anno. Ma se si festeggia il proprio non compleanno, si può fare festa tutti i giorni, 364 giorni all’anno.
E poi c’è ancora da festeggiare il compleanno, e siamo a 365!
Ovvero, se si ribalta il proprio modo di vedere le cose, le stesse cose ci appaiono in modo molto diverso.
Uscire dalla tana non vuol dire abbandonarla, vuol dire immaginarla come una base sicura dalla quale possiamo ricominciare ad esplorare il mondo che ci circonda. E, cosa più importante, come ci insegna l’avventura di Alice nel Paese delle Meraviglie, nel viverci e nel sostarci possiamo imparare a conoscere meglio noi stessi, i nostri bisogni e i nostri sogni.
Se proviamo ad immaginare la nostra vita a partire da quello che abbiamo e non da quello che ci manca, ci troveremo automaticamente nella posizione del Coniglio, che festeggia ogni giorno.
E festeggia perché è grato alla vita e ritiene che ogni giorno vada salutato con gioia per il semplice fatto che abbiamo l’occasione di viverlo.
Per dirla in altri termini, riusciremo a vedere il bicchiere mezzo pieno.
Nel film, la Kidman, che sperimenta molta rabbia, ad un certo punto, sente la necessità di conoscere il ragazzo che ha investito il figlio con il motorino.
Non c’era colpa nel gesto del ragazzo, perché il bambino era uscito improvvisamente dal giardino inseguendo il cane, e lo scontro era stato inevitabile.
Ciononostante per una madre non è facile riuscire a vedere un ragazzo che soffre, dietro l’immagine del responsabile della morte del proprio figlio.
Eppure lei sente, ad un certo punto, la necessità di capire qualcosa di sé che passa anche dalla condivisione con il dolore del ragazzo.
Consente al ragazzo di chiederle scusa. E questo paradossalmente la aiuta ad alleviare il suo dolore, perché capisce che il suo dolore è il dolore che sperimentano anche altri.
Entrando dentro il mondo del ragazzo scopre così quello che ai ragazzi viene più facile: che il dolore può essere sublimato attraverso la creatività.
Attingere alla propria creatività consente di trasformare il dolore.
Nel caso del film, il ragazzo trasforma il suo dolore disegnando una storia che simbolicamente rappresenta il suo tentativo di trovare un’uscita.
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