Piacevole o sgradevole, attraente o ripugnante, l’impressione che l’odore ci fornisce è sempre immediata. L’odore rappresenta un ponte tra la coscienza e il mondo interno di ogni individuo.
Le capacità olfattive, infatti, non smettono di modificarsi durante tutto l’arco della vita, non solo affinandosi, ma anche, a volte, sovvertendosi radicalmente. Il motivo delle ricorrenti trasformazioni di questo particolare senso risiede nel modo in cui si sviluppano le tappe della nostra vita affettiva.

Il naso, e con esso l’olfatto, è infatti un organo che funziona in stretta connessione con il nostro cervello emotivo. All’odore noi attribuiamo un carattere affettivo proprio perché, in virtù di questa connessione, odori ed emozioni sono intimamente legati. Il bulbo olfattivo e il rinencefalo, inoltre, presentano legami diretti con il centro nervoso che regola sia i comportamenti alimentari sia quelli sessuali, nonché le nostre secrezioni ormonali: l’ipotalamo. Solo qualche millimetro separa le loro rispettive sfere di controllo e di influenza.
Non è perciò casuale che, tra i cinque sensi, l’odorato occupi una posizione preminente. Lo stesso organo, il naso, e le sensazioni che esso prova sono usati per sentire la madre e il latte, quindi il cibo che essa prepara, nonché gli odori sgradevoli che il nostro corpo produce e che tanto sono deprecati dai genitori, infine quelli che nel corso della vita saranno prodotti dalla nostra attività autoerotica e da quella dell’incontro sessuale.
Negli anni, la nostra sensibilità olfattiva si trasforma. Nel bambino si manifesta con un’attrazione verso odori quali lo zucchero, il latte e la frutta, fino alla scoperta della propria sessualità e dei propri odori intimi. Gli ulteriori cambiamenti che avranno luogo nella pubertà e durante tutto l’arco della nostra esistenza ci metteranno a confronto con odori di tipo diverso che dovremo imparare a conoscere e riconoscere. Questo perché l’olfatto, come tante altre funzioni del nostro organismo, si sviluppa con l’apprendimento e funge da memoria delle esperienze alle quali la vita ci sottopone.
Quello dei profumi e degli odori che promanano dai cibi è un linguaggio arcaico, un linguaggio che a volte ci cattura e ci trascina indietro nel tempo, ai primi momenti della nostra esistenza. Inutile aggiungere parole a quelle che già tanti hanno scritto su quell’apertura improvvisa che ci riporta in un mondo sognante, il mondo familiare dei profumi e delle essenze della nostra infanzia.
Cercheremo qui, piuttosto, di indagare le peculiarità psicologiche legate a questa modalità sensoriale che discrimina per noi. Lasciarsi guidare dal convito olfattivo che dalle cucine si diffonde per le strade dei piccoli borghi la domenica mattina, sentire irrefrenabile l’impulso ad entrare in una pasticceria è, infatti, un po’ come cercare di afferrare ciò che è in movimento.
Attraverso una modalità estetica, quella che discrimina le essenze e si delizia del loro profumo, noi tentiamo di afferrare i movimenti dell’anima. Qui “anima” è intesa come sinonimo di “psiche” ed “estetica” nel suo significato originario che, insieme a quello della parola “etere”, conserva ancora rimandi al verbo “percepire” ovvero “prendere dentro, ispirare”.
Un odore che ci giunge inatteso, un profumo che si diffonde nell’aria, proprio per l’impossibilità di essere evitato, costituisce un vero e proprio rapimento per la coscienza, trasportata, attraverso una modalità introiettiva, in un altro mondo: quello delle essenze. Un’attrazione irresistibile dalla quale non siamo biologicamente predisposti a sottrarci, ci consente di entrare in contatto con la psiche e con il nostro più intimo desiderio. Un desiderio di cose note e rassicuranti, ma anche sconosciute e perturbanti.
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