La mitologia ci aiuta ad approfondire quei meccanismi psicologici che presiedono ad un alterato rapporto con il cibo e, di conseguenza, con il nostro modo di assimilare il mondo. Personaggio di una leggenda tessalica, riferitaci da due sommi poeti della classicità latina e greca, Ovidio e Callimaco, Erisittone si macchiò di un crimine orrendo.


Giovane benestante, Erisittone, “era un tipo che disprezzava le divinità e non bruciava mai nulla in loro onore sugli altari”. Un giorno per lui particolarmente funesto, però, le conseguenze di questo atteggiamento cambiarono radicalmente la sua vita. Recatosi di buon ora in un bosco sacro a Cerere-Demetra, insieme ad alcuni sui compagni, e determinato ad abbattere degli alberi per costruire una nuova sala per i suoi banchetti, scatenò l’ira implacabile della dèa. Incurante di ogni avvertimento, si accanì con la scure su quegli alberi sacri, così che la dèa delle mèssi si vide costretta ad escogitare per lui una punizione esemplare.
Lei, la divinità dell’abbondanza e del nutrimento per antonomasia, dispensatrice di vita e di felicità, decise di venire meno al suo compito nei confronti di quell’uomo così scellerato. Chiesto l’aiuto della potenza divina più temuta, la Fame, fece sì che il suo appetito fosse da quel giorno in poi insaziabile. Erisittone, roso dai morsi di un’irrefrenabile necessità di mangiare, in breve tempo divorò tutto ciò che gli fu possibile, senza mai sentirsi sazio e appagato, fino a dissipare tutti i beni della famiglia.
Per quanto mangiasse, diventava ogni giorno più magro. Si risolse così, quando in casa ormai non restava più nulla su cui affondare i denti, a mendicare per le strade. Avendo scoperto, infine, che sua figlia Mestra, possedeva la facoltá particolare di mutarsi in un qualsiasi animale e di riprendere, in seguito, le fattezze umane, decise di venderla come schiava ogni giorno a persone diverse per placare la propria voracità con i denari ricavati dalla vendita. Quando, però, anche questa estrema risorsa si dimostrò impossibile da sfruttare, perché il segreto di Mestra era stato scoperto, ad Erisittone non rimase altra via che trasformare se stesso in cibo e, nel divorarsi, dimenticare i tormenti strazianti della fame che lo attanagliava.
Erisittone significa letteralmente “colui che apre la terra”. Questa considerazione ha fatto ritenere ad alcuni studiosi che il crimine di cui si era macchiato non fosse consistito tanto nel tagliare alberi sacri, come narrano i poeti che ci hanno tramandato la sua leggenda, quanto nell’aver arato un campo senza il permesso della divinità. Ai fini del nostro discorso questa differenza risulta di poco conto, mentre acquista valore proprio quell’azione tipicamente umana, che il nome di Erisittone presuppone, che consiste nell’arare la terra per coltivarla.
Erisittone, quindi, potrebbe essere considerato a pieno titolo un prototipo di uomo, l’uomo per antonomasia. Se si accetta quest’ipotesi, può essere giustificato ritenere che a distanza di secoli il mito di Erisittone possa fare luce su alcuni aspetti del nostro stare nel mondo. Questo non-eroe tessalico è l’emblema stesso dell’uomo perché incarna il ruolo di distruttore e dissipatore delle risorse naturali, imponendo leggi proprie che contrastano con i cicli biologici annuali, sui quali si fondano da sempre anche le ricorrenze e le festività religiose. Nel compiere un’azione che cozza con il rispetto dovuto alla divinità dei campi di grano, l’uomo/Erisittone si pone al di là delle leggi religiose e di quelle naturali così che, per la sua trasgressione, sarà costretto a vita a pagare un prezzo altissimo: quello di aggirarsi per il mondo roso dai morsi di una fame insaziabile.
Il senso di questa fame può essere letto a livelli diversi. Sappiamo quanto l’uomo moderno arrechi danni all’ambiente nel quale vive attraverso l’abbattimento delle foreste, l’estensione massiccia delle coltivazioni intensive e dell’allevamento del bestiame, per non parlare delle altre forme di inquinamento. Dissipando in questa forma assolutamente illogica le risorse di cui dispone, l’uomo, come Erisittone, compromette seriamente, sul lungo periodo, le proprie possibilità di sopravvivenza sul pianeta.
In un’altra accezione, invece, la leggenda di Erisittone potrebbe rappresentare un analogo, sul piano mitico, del comportamento alimentare quotidiano che abbiamo più sopra illustrato. L’uomo occidentale contemporaneo, alla stessa stregua del figlio di Triopa, si nutre in una forma che eccede di gran lunga le proprie necessità e si arreca da solo la morte, sviluppando sintomatologie attraverso le quali, in una certa misura, si autodivora. Possiamo perciò, grazie all’aiuto del mito, trovare un corrispettivo – culturale, simbolico e psicologico – alla predisposizione umana – sociale e individuale – a distruggere e a distruggersi.
Detto in altro modo e in estrema sintesi, la fame di Erisittone ci parla anche della propensione dell’uomo a introvertire la propria ricerca di assoluto dopo averla orientata altrove. Quella bramosia che lo assale e che ci assale è anche la spinta propulsiva che ci immerge nella vita a pieno titolo. Passiamo così un’infinità di tempo durante l’intero arco della nostra esistenza nella ricerca di un “cibo” che plachi il nostro desiderio. Pensiamo che questo “cibo”, allo stesso modo degli alimenti di cui quotidianamente ci nutriamo, debba trovarsi al di fuori di noi, nel mondo che ci circonda. Quando pensiamo di averlo trovato, lo trangugiamo a grossi bocconi, ma difficilmente lo mastichiamo con cura e lo assimiliamo. Così, la trasformazione che attraverso di esso subiamo è solo apparente, come illusoria è la metamorfosi di Mestra in altri esseri o la possibilità per Erisittone di saziarsi. Arriva, infine, sempre il giorno in cui decidiamo di cercare al nostro interno quel “cibo”, ma, ancora una volta, la nostra inconsapevolezza può essere totale. Continuiamo a vivere agiti da qualcosa che ci spinge all’azione, nella stessa misura in cui Erisittone è spinto a mangiare dalla Fame che alberga in lui. Alla stregua di un uroboro, di un serpente che si morde la coda, ci troviamo, perciò, come nel meccanismo fisiologico che abbiamo descritto, a divorare noi stessi, consumando la nostra vita senza uscir di metafora e senza prendere consapevolezza di quelle parti di noi che richiedono attenzione.
Eppure, sia quel meccanismo psicologico che ci indirizza verso il mondo e verso gli altri, sia quello che ci fa rifugiare in noi stessi, allo stesso modo del simbolo dell’uroboro, hanno in sé tutti i presupposti per far sì che la nostra vita sia vissuta in maniera più autentica e propositiva. Solo quando avremo esaurito tutto ciò che è “mangiabile”, rinasceremo pacificati, come la fenice, dalle nostre ceneri. Un mito siberiano, analogo a quello di Erisittone, quello del Grande Corvo divino, ci propone in una delle sue tante versioni una possibile soluzione, una soluzione trasformativa, capace di indirizzarci dal naturale allo psichico. In questo mito, il protagonista, Ememqut, vorace cannibale, è spinto dal Grande Corvo a portare alle estreme conseguenze il suo dissennato comportamento. Così, Ememqut non solo si nutre del proprio figlio, ma anche di se stesso, fino a restare solo un collo e una gola. Dopo molto tempo dalla sua morte e dopo che il Corvo ne aveva fatto bruciare le ceneri, Ememqut riappare con il figlio sulle spalle e, abbandonate per sempre le proprie spinte istintuali, vive tranquillamente in casa sua.
Come insegna il mito, la nostra esistenza, per quanto difficile e mortale, non necessariamente deve vederci perdenti e distrutti nel corpo e nella mente. Gli alimenti di cui ci nutriamo, di qualunque natura essi siano, contengono in sé tutti gli elementi per trasformarci in maniera autentica. Dipenderà in ogni caso da noi quanto della vita vorremo raccogliere.

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